DONNA E ATTIVITA’ SPORTIVA

Per secoli la donna è rimasta lontana dalla pratica sportiva. Il ruolo attribuito alla donna fin dai primordi delle civiltà, e purtroppo tuttora in auge in più di una cultura e società, si può considerare senz’altro subalterno a quello maschile. Tale ruolo della donna nel tempo è senz’altro evidente soprattutto in ambito motorio: mentre l’uomo era colui che svolgeva attività lavorative faticose e “movimentate” oltre che cacciare e lottare con le belve ed i suoi simili, la donna era destinata a stare attorno al focolare domestico, ad accudire la casa e i figli o, al più, eseguire attività lavorative non troppo impegnative dal punto di vista fisico. Molti studiosi (ma non solo!) hanno giustificato questo destino “sedentario” della donna mediante numerosi attributi e aggettivi considerati tipicamenti femminili: meno capace, meno forte, meno dotata, meno resistente, più soggetta a traumi, più labile e debole dal punto di vista psichico ed emotivo etc.

Tutto ciò ha tenuto la donna lontana da ogni tipologia (o quasi) di attività sportiva per molti anni, determinando una grave mancanza di informazioni relative al mondo dello sport femminile. I dati presenti nella letteratura scientifica, anche del più recente passato, sono il risultato non di indagini eseguite direttamente e compiutamente su soggetti di sesso femminile praticanti attività sportiva, ma piuttosto estrapolazioni riduttive di studi condotti su soggetti di sesso maschile o, al più, su soggetti di sesso femminile non praticanti attività sportiva. Per anni ricercatori e studiosi hanno in effetti ignorato il mondo dello sport femminile, anche per la vera e propria carenza di soggetti di tale sesso praticanti sport.

Eppure gli ultimi decenni del ‘900 hanno visto affermarsi movimenti di liberalizzazione ed emancipazione femminile; la donna ha ormai libero accesso ad ogni tipo di attività, anche alle imprese più ardite (quelle spaziali) e all’addestramento militare. La donna può finalmente partecipare alla strenua fatica della maratona, a volte con risultati anche del tutto sovrapponibili a quelli medi maschili. Basti pensare all’atleta Joan Benoit Samuelson che, nel 1984, in occasione della prima edizione femminile della maratona Olimpica a Los Angeles, vinse la medaglia d’oro con un tempo di 02:24:52, risultato migliore di quello ottenuto da undici dei primi venti maratoneti olimpici di sesso maschile.

Questo avvicinamento della donna alla pratica sportiva ha costretto la ricerca scientifica ad accettare la sfida imposta dalla imprescindibilità di una maggiore conoscenza delle differenze esistenti tra organismo maschile e femminile, differenze strutturali e funzionali, e della risposta fisiologica al lavoro fisico dei due sessi.

La donna e l’attività sportiva nella storia

Esaminando il passato si può affermare che nella storia la donna ha avuto un ruolo fondamentalmente marginale, subalterno a quello dell’uomo.

Fin dai tempi dei Greci e dei Romani, nei quali nacque il concetto di pratica sportiva, la donna non aveva alcun ruolo in ambito motorio. Anche nel 1896, anno della rinascita dello sport con Pierre De Cubertain, nel quale furono celebrati i Primi Giochi Olimpici dell’Era Moderna, la donna fu esclusa. Le donne esordirono, ma in maniera non ufficiale, nei giochi olimpici solo nel 1900, in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi, dove poterono competere solo in gare di golf e tennis. Nel 1914 il Congresso del CIO a Parigi sancì il diritto delle donne a gareggiare come gli uomini. Esse furono tuttavia escluse, ai Giochi Olimpici del 1920 e del 1924, dalle competizioni di atletica leggera, dall’International Amateur Athletic Federation e dal Comitato Olimpico Internazionale. Ancora nel 1960, ai Giochi Olimpici di Roma, dei circa 6000 atleti partecipanti, solo 500 erano di sesso femminile, e per sole 6 specialità sulle 17 previste.

Nel 1982, considerato anno dello sport femminile, fu emanata una legislazione per la prevenzione della discriminazione sessuale nel lavoro e nello sport, ma sarà il 1984 a segnare l’anno della prima edizione femminile della Maratona Olimpica a Los Angeles.

Da quell’anno in poi il cammino è stato meno ripido per ogni donna che si aggingeva alla pratica sportiva.

La pratica sportiva femminile in Italia

Attualmente il 22,7% delle donne (circa 6 milioni e mezzo) praticano sport, regolarmente o saltuariamente. Gli uomini hanno perciò una maggiore propensione alla pratica sportiva (37,8%). Tuttavia, negli anni (1995-2000), vi è stato un incremento del numero di donne praticanti attività sportiva (4,1 punti %), maggiore rispetto a quello degli uomini (2,7 punti %), confermando la tendenza alla riduzione del divario tra i livelli di pratica maschile e femminile, già riscontrata a partire dagli anni ’80.

Vi è, inoltre, una marcata caratterizzazione di genere delle attività sportive. Le donne preferiscono sport quali ginnastica aerobica e step, nuoto, ginnastica artistica, danza, etc, ma sempre maggiore è il numero di donne che si accinge alla pratica di sport un tempo considerati prettamente maschili (calcio, ciclismo, body building, etc).

Numerosi fattori determinano la scelta dell’attività sportiva da praticare per la donna: il fenomeno della “tipizzazione sessuale”, il ruolo socio-culturale svolto nei secoli dalla donna e le differenze nelle caratteristiche antropometriche, anatomiche e funzionali tra organismo maschile e organismo femminile.

Nel suo cammino di avvicinamento al mondo dello sport la donna incontra, tuttavia, molte più difficoltà rispetto all’uomo. Alcuni pregiudizi radicati nella mente umana fin dai primordi delle civiltà, quali il mito della mascolinizzazione e dei limiti fisici e psichici femminili, pongono ostacoli che la donna si sta impegnando a superare mediante il suo crescente bisogno di autorealizzazione ed autostima. Il tempo, da dedicare alla famiglia e al lavoro, rappresenta un’altra difficoltà; tuttavia il crescente desiderio di autoaffermazione ha indotto la donna ad accettare sfida imposta dalla triade famiglia-lavoro-sport. Altro importante limite, ancora fortemente rilevante, si basa sui trattamenti economici e le garanzie contrattuali, che così tanto si allontanano da quelle degli atleti di sesso maschile.

Effetti dell’esercizio fisico nei due sessi

L’esercizio fisico, sia acuto che regolarmente praticato, induce nell’organismo umano numerose modificazioni: neuromuscolari, cardiovascolari e metaboliche. Tali modificazioni sono a volte differenti nei due sessi.

La forza muscolare erogabile dalla donna è, infatti, inferiore rispetto a quella dell’uomo; la donna adulta può raggiungere al massimo i due terzi della forza dell’uomo negli arti inferiori e superiori. In termini di forza assoluta le donne sono, in effetti, considerate il “sesso debole”, ma se la forza è rapportata alla massa magra (FFM), le differenze tra i due sessi scompaiono. Infatti, molti fattori contribuiscono a rendere ridotta la forza muscolare della donna rispetto a quella dell’uomo: la minore massa muscolare, le ridotte riserve energetiche (ATP e CPK) e le differenze anatomiche e antropometriche.

La quantità di massa muscolare è del tutto sovrapponibile nei due sessi fino alla pubertà, dopo questa età la massa muscolare tende ad essere molto più sviluppata nell’uomo rispetto alla donna. Tale differenza si manifesta non tanto nella quantità di fibre, che è la stessa nei due sessi, ma soprattutto nella misura della sezione trasversa del muscolo ed è determinata dalle differenze ormonali che si rendono evidenti dopo lo sviluppo puberale. Nella donna, infatti, l’aumentata produzione di ormoni estrogeni determina un’aumentata velocità della crescita ossea, una variazione della deposizione del grasso corporeo, lo sviluppo del seno, una maggiore ampiezza del bacino; nell’uomo gli aumentati livelli di testosterone causano un’aumento della velocità di crescita ossea ed un aumento della massa muscolare. E’ chiaro che ridotta massa muscolare significa anche ridotte riserve energetiche in essa contenute.

Anche le caratteristiche antropometriche e anatomiche della donna riducono la quantità di forza da essa erogabile. La donna ha infatti una lunghezza degli arti inferiori minore, caratteristica che rende molto più difficoltosa l’esecuzione di gesti sportivi che richiedono leve molto lunghe (salto, corsa veloce, etc). La maggiore larghezza del bacino nel sesso femminile rappresenta inoltre un vero e proprio svantaggio meccanico nell’erogazione della forza muscolare. Le donne presentano, infine, un angolo Q (l’angolo formato dall’intersezione delle linee passanti per l’apice e il centro della rotula e la linea coincidente con l’asse del femore) più ampio; ciò aumenta il rischio di andare incontro ad eventi traumatici e riduce di molto l’efficienza della contrazione muscolare del muscolo quadricipite determinando, inoltre, un vero e proprio svantaggio meccanico alla contrazione stessa.

Nonostante ciò numerosi studi hanno mostrato che le donne dispongono di una migliore resistenza alla fatica muscolare. A tale riguardo sono state proposte alcune teorie alle cui basi vi sono le differenze ormonali tra i due sessi, per cui la donna presenta una massa muscolare minore, che determinerebbe una minore compressione vascolare ed un minore consumo di ossigeno, una migliore attivazione neuromuscolare, un maggior numero di fibre muscolari lente del tipo 1 con notevole potenziale ossidante.

Le modificazioni cardiovascolari all’esercizio fisico sono distinguibili in aggiustamenti acuti (modificazioni che avvengono nel momento in cui si pratica attività sportiva) e adattamenti cronici (modificazioni cardiovascolari all’esercizio regolarmente praticato).

Le modalità e i caratteri della risposta dell’organismo femminile all’esercizio fisico, anche intenso e protratto, sono uguali a quelli tradizionalmente descritti per i soggetti maschi. Esistono invece numerose differenze per quanto riguarda gli effetti cardiovascolari acuti. Le donne hanno una frequenza cardiaca (FC) submassimale più alta rispetto agli uomini mentre la FC massima è uguale nei due sessi. La gittata cardiaca (GC), a parità di FC, è la stessa in entrambi i sessi. L’incremento della GC nelle donne è dovuto principalmente all’aumento della FC che non all’aumento della gittata sistolica. Quest’ultima è inferiore nelle donne per: 1) inferiori dimensioni cardiache, in relazione alla minore superficie corporea (bassi valori di testosterone); 2) minore quantità di sangue, anche per le ridotte dimensioni corporee.

Importanti differenze tra i due sessi esistono anche dal punto di vista metabolico, per cui il VO2Max medio nelle donne è solo dal 70% al 75% di quello dell’uomo. Le principali cause di questa differenza sono:         1) maggiore quantità di massa grassa; 2) livelli di emoglobina più bassi; 3) valori di GC massimale più bassi. Il più alto valore di VO2max riportato in letteratura per le atlete donne è 77ml/Kg/min. Il valore più alto per gli atleti maschi è 94 ml/Kg/min.

L’esercizio fisico determina, infine, modificazioni della composizione corporea agendo a diversi livelli nei due sessi: nella donna è preponderante la perdita della componente grassa, relativa e assoluta; nell’uomo prevale l’incremento della componente magra (massa muscolare).

Problemi medici nelle atlete

Nel 1992 il Task Force on Women’s Issues of the American College of Sports Medicine descrisse la “triade delle atlete” come una sindrome caratterizzata da tre condizioni patologiche, spesso relazionate, che si possono manifestare negli atleti di sesso femminile: 1) disfunzioni del ciclo mestruale varie fino all’amenorrea vera e propria, 2) disordini dell’alimentazione, 3) osteoporosi.

La prevalenza di amenorrea secondaria tra le atlete non è ben documentata, ma è stimata tra il 5% e il 40% (2-3% della popolazione generale), a seconda del tipo di disciplina sportiva e del livello competitivo. La prevalenza è maggiore in coloro che si allenano per molte ore al giorno e praticano esercizio di intensità particolarmente elevata. Le cause di amenorrea secondaria nelle atlete sono sconosciute. Due sono le ipotesi più accreditate: 1) inadeguata alimentazione, 2) modificazioni ormonali dovute all’esercizio fisico, che altererebbe la produzione di GnRH, importante “regolatore” del ciclo mestruale.

I due più comuni disordini dell’alimentazione diagnosticati sono l’anoressia nervosa e la bulimia nervosa. L’anoressia nervosa è caratterizzata da impossibilità a mantenere il minimo peso corporeo per età e altezza, da un’immagine distorta del proprio corpo, da forte terrore di ingrassare o di prendere peso e da amenorrea. La bulimia nervosa è una patologia caratterizzata da episodi ricorrenti di abbuffate di cibo, dalla sensazione di perdita di controllo durante questi episodi e da disturbi del comportamento quale vomito autoindotto e uso di lassativi e di diuretici. La prevalenza di questi disturbi è di circa l’1% per la bulimia nervosa e dell’1% per l’anoressia nervosa in femmine di età compresa tra i 12 e i 21 anni. L’anoressia dell’atleta è caratterizzata da un’intensa paura di aumentare di peso o di ingrassare, anche se l’atleta è sottopeso, da una perdita di peso del 5%, risultato di una riduzione dell’introito totale di energia e di un allenamento intensivo, e da ripetuti episodi di vomito autoindotto e da frequente uso di lassativi e diuretici.

La prevalenza di anoressia nelle atlete non è ben conosciuta; alcuni studiosi hanno stimato che tale problema colpisce circa il 50% delle atlete di elite praticanti sport ad alto rischio.

Altra condizione patologica, parte della “triade delle atlete”, è l’osteoporosi. L’osteoporosi prematura non è molto frequente nelle atlete. Essa è generalmente una conseguenza dell’amenorrea secondaria (riduzione degli ormoni estrogeni, importanti per la crescita e il mantenimento del tessuto osseo) e dei disordini dell’alimentazione (inadeguato introito di calcio). In tal modo, per prevenire l’osteoporosi nelle giovani atlete è necessario prevenire, o correggere al loro insorgere, i disordini mestruali e alimentari.

Conclusioni

Le differenze esistenti tra le capacità di prestazione femminili e quelle maschili, nelle diverse espressioni motorie, sembrano riferibili soprattutto a diversità di natura quantitativa, piuttosto che qualitativa.

La grande diffusione dello sport tra le rappresentanti del sesso femminile e la dedizione di queste a discipline un tempo definite tipicamente maschili testimonia la piena compatibilità dell’attività sportiva con le caratterstiche fisiologiche della donna.

L’importante crescita della pratica sportiva tra le donne, avvenuta negli ultimi 10 anni, e i numerosi successi ottenuti sono di ottimo auspicio per il futuro dello sport femminile.

Dott.ssa Valentina Di Tante

Responsabile della Medicina dello Sport Centro Zen

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